Pagine Romaniste
·29 settembre 2026
Totti a cuore aperto: “Maradona è il calcio, non ha rivali”

In partnership with
Yahoo sportsPagine Romaniste
·29 settembre 2026

Totti compie 50 anni e si racconta a Ivan Zazzaroni: dal rapporto con Roma a Spalletti, dal Mondiale 2006 al sogno di giocare con Ronaldo il Fenomeno.
Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista che Francesco Totti ha rilasciato a Ivan Zazzaroni, apparsa nell’edizione odierna del Corriere dello Sport.
Un giocatore italiano che si avvicinava a quel Totti imbarazzante visto dal 2001 al 2008? «Tutti dicevano Mancini, però io non l’ho vissuto, ero quasi all’inizio. Anche lui alla Sampdoria faceva il trequartista, la prima punta, un po’ tutto. Ma non gli stessi gol che ho fatto io».
Amava particolarmente gli assist. «Piacevano anche a me, prima che Spalletti mi facesse giocare centravanti li trovavo più importanti dei gol».
Qual è il compagno che hai amato di più? «Cassano. E poi Candela. Con Antonio di tanto in tanto ci frequentavamo anche fuori ed è rimasto amico. Io e Vincent siamo praticamente cresciuti insieme. Quando arrivò dal Guingamp l’ho accudito».
Non eri un leader dello spogliatoio, si dice, ma di soluzioni. «Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e voglio divertirmi. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti».
Divertimento è una parola che ricorre spesso nelle tue risposte. «Prima di entrare in campo vedevi chi con le cuffie, chi sotto fasciatura, chi al massaggio. Io stavo lì al bar, prendevo il caffè e mi mettevo a chiacchierare venti minuti con chi c’era, poi facevo il riscaldamento. Non ho mai avvertito la tensione, mi dicevano “come fai?”. Mi sentivo tranquillo».
Anche oggi la tua popolarità è inattaccabile. «Da quando ho smesso è addirittura aumentata. Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia. È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato alla gente e come mi sono sempre posto con gli altri».
Se non avessi partecipato al Mondiale 2006 non saresti stato un campione risolto. «E non avrebbero vinto. Comunque sia, se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’Oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il Raccordo Anulare. E invece no. Però in quel Mondiale ero al 40, 50 per cento».
Vito Scala: hai trovato una guida, un amico, un confidente e molto altro. «È stato, è e sarà sempre un fratello maggiore. Mi ha custodito, protetto, mi ha insegnato ad attraversare questo mondo. Mi ha fatto pensare solo al rettangolo verde, al resto provvedeva lui».
Anche quando facevi dei danni. «Anche. Vito è una persona troppo intelligente. Non dorme la notte per fregarti la mattina dopo. Anticipava tutti, soprattutto i rischi».
Il rimpianto? «Avrei voluto giocare con Ronaldo, il Fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 400-500 gol. A occhi chiusi».
L’inavvicinabile per te è? «Maradona, è il calcio, è il pallone, non ce ne stanno di rivali. A cascata vengono gli altri».
Dicono: Francesco anticipava la giocata, la prevedeva. «Il più delle volte ci azzeccavo. Però erano bravi pure quelli che giocavano con me perché capivano cosa avevo pensato un secondo prima. E parlo di Delvecchio, Perrotta, Cassano. Non appena gli arrivava il pallone dal difensore loro sapevano che movimento avrei fatto».
Mazzone è l’allenatore che ti ha capito meglio degli altri. «Mazzone e Zeman».
Carlos Bianchi, immagino, il meno amato. «Voleva mandarmi via».
E sei riuscito a cacciarlo. «Non l’ho mandato via io, ma il presidente Sensi».
Eri influente, in società. «Incidevo, ma facevo il calciatore ed ero un giocatore importante, il capitano della Roma. È normale che avessi un peso specifico, un peso diverso da tutti gli altri. Però non facevo parte della tavola rotonda».
Il mancato inserimento in società da parte degli americani l’hai digerito? «I matrimoni si fanno sempre in due. Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi».
Dopo tutti questi anni hai cambiato opinione sulla 10 a Dybala? «Non si dà una 10 solo perché fai bene qualche partita. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione spetta alla società».
Se avessi dovuto lasciare la Roma, in quale italiana saresti andato più volentieri? «Al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato».
La pace con Spalletti l’hai fatta solo per l’amaro. «Per l’amaro. Il ghiaccio non s’è ancora sciolto del tutto. Ma mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tanto bisogna pure accantonare tutto quello che è successo, anche perché ho sbagliato pure io. Ho sbagliato a rispondere ad alcune domande».
Le risposte più feroci le hai fornite sul campo. Col Torino, a Bergamo. «Partì tutto da Bergamo. Entrai, mi sembra otto minuti in tutto e feci gol. Poi la partita dopo, sette minuti e segnai ancora. Quello per me è il dono di Dio che mi ha messo la mano sulla testa. Deve aver detto: “Questo qua lo devo proteggere io. Sì, sì, non può finì così”».
Ci sarà mai un altro Totti? «Lo spero. Non è facile, ma lo spero, non solo per me. Per tutta la gente. Mi auguro di riuscire a vedere di nuovo quello che facevo io».
Sei uno dei primi ad aver guadagnato cifre notevoli. «Sì, ma c’era gente che guadagnava più di me. Ed era più scarsa di me. Pensa oggi quanto guadagnerei…».







































