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·27 settembre 2026

Totti sulla soglia dei 50 anni: buon compleanno, Capitano!

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Cinquant’anni di Totti, ventotto con la Roma addosso. Dal ragazzino di Porta Metronia all’ottavo re di Roma: la storia di un amore eterno.

Che sia davvero maledetto il tempo, il tempo che conosce l’arte di insegnare ma ignora la virtù di imparare. Del resto, voler accostare un’età come i cinquant’anni a chi, nell’immaginario collettivo, è rimasto sempre quel giovane biondino dagli occhi celesti con il dieci sulle spalle, capace di applicare la poetica al calcio, può sembrare quantomeno un errore di calcolo. Oppure, provando a essere un po’ benevoli, una disattenzione. E invece eccolo qui, Francesco Totti, ad affacciarsi sul mondo non più con lo sguardo del ventenne, perché di certo non è uno che ha voglia di mettersi a sprecare trent’anni di vita. O comunque ventotto, se si restringe il tutto alle dimensioni di un rettangolo verde.


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1989, l’anno che cambiò il mondo e la Roma

Era il 1989. Il 20 luglio. Maradona e il Napoli si erano già aggiudicati la Coppa Uefa e il Milan di Sacchi aveva stravinto la Coppa dei Campioni, il Rivoluzionario Sconosciuto era da poco divenuto il simbolo delle proteste a Piazza Tienanmen e i Pink Floyd si erano appena esibiti su una chiatta davanti a duecentomila persone a Venezia. Il muro di Berlino, invece, sarebbe caduto di lì a qualche mese. La storia era dunque in fermento. E intenta a voltare pagina. Ancora inconsapevole, però, di quanto velocemente lo avrebbe fatto.

Esattamente come, senza potersene accorgere, avrebbe cambiato volto anche il ragazzino di Porta Metronia, che, da uomo, si sarebbe un domani trasformato in mito. Passando dalla SMIT Trastevere alla Lodigiani, fino alla Roma. Furono sufficienti una telefonata tra il patron Dino Viola e l’omologo biancorosso Giuseppe Malvicini, i cartellini di Cavezzi e Placidi e trecento milioni di lire. E quel cuore romanista che lo spinse a non ascoltare le lusinghe di Milan e Lazio. Non proprio le scelte ideali per il sentimentalista che Totti si sarebbe dimostrato.

Totti, la storia di una vita in giallorosso

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Gli incroci della vita che portarono Francesco Totti al centro della scena

E allora, signore e signori, che lo spettacolo abbia inizio. D’altronde, uno che ha intrapreso la sua carriera agonistica nel 1983, quando cioè la squadra per la quale parteggia festeggiava la vittoria del secondo scudetto, e per di più con indosso la maglia della Fortitudo, una delle tre società che quella Roma avevano contribuito a fondare, non avrebbe potuto che ritagliarsi il ruolo dell’attore protagonista. Come profetizzato da un tal Nils Liedholm: «La gente pagherà il biglietto solo per veder giocare Totti». Un prediletto del fato. Se poi, lungo il cammino, ha pure incrociato Franco Sensi, nato giustappunto mezzo secolo prima di lui e destinato a diventarne una sorta di padre putativo, viene da pensare che le coincidenze possano, talvolta, essere letteralmente perfette.

Da raccattapalle sotto la Curva Nord, masticando amaro per la mancata rimonta che consegnò la Coppa UEFA del 1991 all’Inter, a selfieman con la fascia di capitano al braccio, avvolto questa volta dal calore della Curva Sud, in delirio per la doppietta ai cugini biancazzurri che lo issò in vetta, insieme a Dino Da Costa, alla classifica dei marcatori del derby capitolino. Dall’incoscienza dell’esordio al Flaminio al fianco dei “grandi”, nell’amichevole con l’Austria dell’ex Prohaska, al debutto ufficiale, subentrando a Rizzitelli, sul palcoscenico della Serie A allo stadio Mario Rigamonti di Brescia. Era il 28 marzo 1993. Il coraggio fu di Vujadin Boškov, l’intuizione di Siniša Mihajlović. Il talento fu di Francesco Totti.

Numeri, titoli e record: una carriera impossibile da raccontare

Il resto è impossibile da didascalizzare. È leggenda. Sono i 307 gol, di cui 250 in campionato, in 786 partite. E quelli straordinariamente belli, come il sinistro al volo da fuori area con palla nel “sette” alla Casertana, che forse ricorda soltanto Francesco, e il lob alla Scala del Calcio a beffare Júlio César. Sono gli innumerevoli record, molti dei quali assoluti e quindi difficilmente squadernabili in un pezzo di giornale. Sono le esultanze in giro per il globo pallonaro, dalla prima contro il Foggia all’ultima contro il Cesena.

Gli applausi a scena aperta del Marassi e l’ovazione del Santiago Bernabéu. Il 17 giugno 2001. La Scarpa d’Oro. Le notti europee e la notte azzurra sopra Berlino. Il cucchiaio a Van der Sar, decisivo, sfrontato, tottiano. Sono l’affetto paterno di Carletto Mazzone e il gelo incomprensibile di Luciano Spalletti. Le gioie e i dolori. E le lacrime. Piovute a scroscio all’Olimpico il 28 maggio 2017, al termine della gara con il Genoa, quando il tempo lasciò un intero popolo con il magone tipico degli eterni addii. Dopo 8827 giorni. Di lui. E di noi. Altro che Claudio Baglioni.

Il tempo passa ma una bandiera è per sempre

Ma come rendere omaggio a chi, da piccolo, immaginava per sé persino un futuro da benzinaio? Mica all’aura del fuoriclasse conclamato, capace di attraversare stuoli di compagni, allenatori e avversari mentre intorno scorrevano governi, guerre, innovazioni tecnologiche, mode e generazioni, rimanendo sempre, ostinatamente, lì. Senza inciampare nella retorica, naturalmente, la risposta sarebbe un cucchiaio al tempo. Uno scavetto al suo stesso avanzare. Per ammirarlo di nuovo. Ma non nel Genoa, nel Como o chissà dove. Nella sua Roma.

Il minimo sindacale, dopotutto, nei confronti di colui che è stato incoronato ottavo re della Città Eterna. Ogni tanto, in fondo, un’illusione è come una bugia bianca: non sarà necessariamente la verità, ma aiuta a sopravvivere. Il Panenka, però, è un’attitudine per pochi eletti. Magari non da Dio, ma dalla Mano de Dios sì: «Francesco Totti è e sarà il miglior giocatore che abbia mai visto». E quindi brindiamo alla consolazione che resta. Perché esiste una cosa che il tempo non sa insegnare. Le bandiere, no. Quelle non le sa ammainare.

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