Hellas Verona FC
·05 de agosto de 2026
Focus On | Nicola Leali

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Verona - Nel nuovo appuntamento con Focus On conosciamo più da vicino Nicola Leali, il nuovo portiere gialloblù. Tra il percorso che lo ha portato a Verona, le esperienze vissute in Italia e all'estero e il modo in cui vive un ruolo così complesso e affascinante come il suo, Leali si racconta ai nostri microfoni ripercorrendo le tappe che hanno segnato la sua carriera.
Questo episodio di Focus On è disponibile anche sul canale Spotify dell'Hellas Verona.
Benvenuto a Verona, Nicola. Quali sono le tue prime sensazioni da giocatore gialloblù? "Sensazioni positive, sicuramente. Ho trovato un ambiente dove si può lavorare bene, dove si vuole lavorare bene, e quindi penso che questo sia importante".
Raccontaci un po' queste prime settimane di ritiro a Folgaria e di allenamenti a Peschiera. Hai conosciuto nuovi compagni e nuovi allenatori: come ti stai trovando? "Folgaria ha aiutato molto a conoscerci, perché stavamo insieme tutto il giorno e quindi i ritiri aiutano in questo. Abbiamo lavorato molto bene in montagna, anche grazie al fresco, quindi sicuramente questo ci ha aiutato a spingere. Ho avuto la possibilità di conoscere nuovi compagni e nuovi allenatori, e questo è sempre uno stimolo, perché porta a conoscere, oltre a nuove persone, anche nuovi modi di lavorare, diversi, che aiutano poi nella crescita di tutti".
Come dicevi, hai maturato tante esperienze e sperimentato diversi metodi di allenamento. C’è qualche aspetto nuovo che stai affrontando con i tuoi nuovi preparatori? "Sicuramente è un modo di lavorare diverso rispetto a quelli che ho avuto in passato. Sono preparatori molto attenti ai dettagli e questo mi piace. Sono scrupolosi in quello che fanno, sono dei bei martelli e questo è molto positivo, perché aiuta a crescere e a essere sempre pronti a dare il meglio di sé stessi".
Sei arrivato in una nuova squadra, hai dei nuovi compagni, ma ritrovi anche Grigoris Kastanos, con cui hai condiviso lo spogliatoio allo Zulte Waregem, in Belgio. Quale ricordo hai di quegli anni? "Innanzitutto, i miei capelli! Però sì, sicuramente in quei sei mesi ho avuto modo di conoscere Greg. Abbiamo vissuto un’esperienza all’estero insieme, eravamo entrambi giovani, lui più di me. Ogni tanto ne parliamo, perché è stata un’esperienza soprattutto a livello umano che penso abbia aiutato tutti e due a conoscere un modo di vivere diverso".
Alla prima giornata ritroverai subito l’Ascoli, una piazza nella quale hai trascorso tanti anni e accumulato molte presenze. Se dovessi spiegare a un compagno che cosa ha rappresentato quel periodo della tua carriera, da dove partiresti? Che emozione sarà sfidarli da avversario nella prima partita in campionato con la tua nuova maglia? "Sicuramente è stato un periodo importante per me, perché arrivavo da un momento nel quale non avevo giocato. Ascoli mi ha dato la possibilità di tornare a giocare e di tornare a fare ciò che mi piace di più. Penso che sia stata una tappa importante per questo e per tutto ciò che è avvenuto negli anni successivi. Ho sicuramente dei ricordi importanti e lì mia figlia ha vissuto i suoi primi anni, quindi porterò sempre tutto questo con me. È chiaro che la prima giornata sarà emozionante per questo, ma soprattutto perché sarà la prima partita di campionato nel nostro stadio, con i nostri tifosi. Penso che questa sarà sicuramente l’emozione più grande".
Hai vissuto campionati molto diversi, sia in Serie B sia in Serie A. Che cosa ti ha insegnato la Serie B e che cosa serve, secondo te, per affrontarla al meglio? "La Serie B è un campionato sempre diverso e sempre particolare, perché ogni anno si creano situazioni nuove e difficoltà differenti. Ci sono sempre squadre rivelazione e squadre dalle quali ci si aspettava un grande campionato che, invece, si trovano in difficoltà. Penso che la Serie B sia un campionato nel quale bisogna farsi trovare pronti mentalmente e nel quale c’è la possibilità di essere davanti in un determinato periodo e poi ritrovarsi improvvisamente indietro, senza neanche rendersene conto. È veramente un campionato livellato, nel quale la continuità e il lavoro penso facciano davvero la differenza".
All’Olympiacos hai vissuto per la prima volta la pressione di dover vincere ogni partita. Quanto ti ha aiutato quel periodo a livello personale e come giocatore? "È stato un periodo bello, perché arrivavo da anni nei quali lottavo per salvarmi e ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza diversa, nella quale bisognava vincere e, se non vincevi, avevi fallito. È sicuramente un tipo di mentalità differente, difficile anch’essa e con difficoltà diverse, ma impari a capire che cosa significhi dover vincere sempre".
Dall’Olympiacos, un ambiente caldo e ambizioso, sei passato in Belgio allo Zulte Waregem, che in quel periodo viveva anche le prime esperienze in campo europeo. Guardando indietro, che cosa ti è rimasto maggiormente, soprattutto, delle notti di Europa League? "L’Europa League è sicuramente una competizione europea che, credo, in Italia sia stata un po’ snobbata in un determinato periodo. Adesso lo è meno. Penso, però, che sia una competizione bella da giocare e da vivere. Giocare in Europa, andare in Paesi diversi e affrontare squadre che magari non conoscevi, in stadi che soprattutto non conoscevi, penso sia una cosa bella, che regala emozioni importanti. Perché, alla fine, il bello del calcio è emozionarsi".
Tra Grecia, Belgio e Italia hai conosciuto modi diversi di vivere il calcio. C’è una mentalità o un’abitudine che hai scoperto all’estero e che avresti voluto ritrovare anche nei club italiani? "Credo che alcune abitudini ormai siano arrivate anche in Italia, perché sono arrivati tanti giocatori dall’estero. Tante cose che magari una volta in Italia erano assolutamente proibite sono diventate normali, come la semplice musica prima delle partite, mentre fino a qualche anno fa in Italia regnava il silenzio assoluto. Questa penso sia una piccola abitudine che, con il passare degli anni, è arrivata anche in Italia".
Sei un portiere che parla molto per guidare la linea oppure preferisci una gestione più silenziosa? "Solitamente sono un portiere che parla per cercare di aiutare gli altri. Cerco di dare le indicazioni che possono aiutare un mio compagno nelle varie situazioni che possono verificarsi durante una partita, oppure di mettere in risalto gli interventi corretti che compie e che magari possono caricarlo. Sono un portiere che, a suo modo, cerca di esternare sia le emozioni positive sia il proprio aiuto nei confronti del compagno".
Fare il portiere richiede sicuramente una tenuta mentale maggiore, sia quando viene chiesto di entrare a partita in corso sia quando bisogna farsi trovare pronti dopo un periodo trascorso in panchina. Come si allena la concentrazione necessaria per essere decisivi da un secondo all’altro? "Queste sono cose difficili da allenare. Le puoi allenare solamente attraverso il lavoro e le difficoltà, cercando di rimanere sempre concentrato durante gli allenamenti, ma soprattutto cercando di trovare un tuo equilibrio quando arriva il momento di entrare. In quelle situazioni, al di là di tutto, subentrano anche le emozioni e l’agitazione. Penso che sia difficile allenare questo aspetto, ma ci sono dei metodi che possono aiutare e permettere di rimanere il più tranquilli possibile".
Nella tua carriera hai vissuto tante prime volte: il debutto da professionista, l’esordio in Serie A e la prima partita in Europa League. Qual è la prima volta che ti ha emozionato maggiormente e perché? "Penso che, fortunatamente, nella mia carriera abbia vissuto tante emozioni, quindi sceglierne una è difficile. Mi sembra ieri di aver giocato la mia prima partita in Serie A. Porto queste emozioni con me e cerco sempre di ritrovarle negli allenamenti e nelle partite, perché penso che, nel momento in cui non ci saranno più, probabilmente sarà arrivato il momento di smettere di giocare".
Sei arrivato molto giovane nel calcio professionistico e oggi sei un portiere di grande esperienza. Qual è la differenza principale tra il Nicola di allora e il Nicola di oggi? "Penso che la differenza sia nella testa. Il Nicola di allora magari pensava poco, si divertiva un po’ di più anche al di fuori del campo e viveva in maniera più sbarazzina, come è giusto che faccia un giovane. Il Nicola di oggi è più meticoloso, più attento ai dettagli e al lavoro quotidiano. Penso che questa sia la differenza portata dalle esperienze che ho vissuto negli anni".
Se potessi parlare al Nicola di quegli anni, che cosa gli diresti? "L’unica cosa che gli direi sarebbe di cercare di fare tutto ciò che fa al cento per cento delle proprie potenzialità e delle proprie possibilità in quel momento".
C’è un portiere con cui hai giocato o lavorato che ti ha lasciato qualcosa di particolare? "Con tutti i ragazzi con cui ho lavorato ho sempre cercato di instaurare un rapporto di condivisione, per crescere. Chi più e chi meno, non è bello fare nomi. Sicuramente, però, ho avuto la possibilità di allenarmi con Buffon per poco tempo e penso che lui, essendo stato anche il mio idolo da bambino, mi abbia trasmesso emozioni che nessun altro avrebbe potuto trasmettermi".
Come si vive, a diciannove anni, un paragone così ingombrante come quello con Buffon e l’etichetta di predestinato? "Quando sei giovane non ti rendi conto di queste etichette e di quanto possano essere pesanti. Con il proseguire della carriera, è soprattutto all’esterno che viene dato loro peso. Un giovane non se ne rende conto e, a volte, questo può essere deleterio, perché può pensare di essere arrivato a un livello che, in realtà, non ha ancora raggiunto".
Tra tutti gli attaccanti che hai affrontato, qual è stato quello più letale? "Di attaccanti forti ce ne sono tanti. Pensando al periodo più recente, posso dire che Lautaro Martínez è stato uno di quelli ai quali non potevi lasciare neanche un briciolo di spazio e che ti fanno capire che cosa significhi essere un campione".
Qual è stata la parata più bella della tua carriera? "È difficile scegliere. Anche le parate meno belle hanno regalato emozioni importanti, quindi sceglierne una è impossibile. Spero che la più bella e la più emozionante sia sempre la prossima".
Sei anche un buon pararigori. Conta maggiormente lo studio, l’istinto oppure entrambi? "Dietro ai rigori, però, ci sono lo studio, l’istinto e tanti altri elementi che ormai portano sia l’attaccante sia il portiere a studiare la situazione".
Commenta queste frasi riguardanti il tuo ruolo:
La solitudine del numero uno. "È una frase vera, perché noi siamo soli per la maggior parte del nostro tempo, sia durante gli allenamenti sia durante le partite. Solamente chi ha fatto il portiere può capire questa frase".
I portieri sono tutti un po’ matti. "Sì, credo che sia vero. Penso, però, che ognuno lo trasmetta in maniera diversa. Ci sono portieri che magari sono matti nel loro stare da soli o nella loro quotidianità, mentre ci sono portieri più estroversi, che trasmettono questa caratteristica a più persone. Credo che, per fare il portiere, tuffarsi tante volte per terra e lanciarsi in mezzo alle gambe degli avversari, un po’ di pazzia sia necessaria fin da bambini".
Tra i pali servono le mani, ma si para con la testa. "Sì, perché quello del portiere è un ruolo molto mentale. Penso che la psicologia sia molto importante, così come l’equilibrio che bisogna mantenere sia nei momenti negativi sia in quelli positivi. Non bisogna esaltarsi quando si compie una bella parata, perché l’errore può essere dietro l’angolo. Allo stesso modo, un errore non può rovinare una partita o ciò che succederà in futuro".
Ancora una curiosità su di te. Quando torni a casa ami staccare completamente dal calcio oppure ti piace guardare le partite e continuare a studiarlo? "Dipende. Più che le partite, mi piace guardare i portieri. È proprio una passione per il ruolo. Quando guardo una partita, il mio focus è sempre maggiormente sui portieri. A volte non mi piace guardare una partita intera, ma preferisco rivedere successivamente che cosa ha fatto un portiere o come ha lavorato. Quindi dipende: a casa a volte stacco e a volte no, in base al periodo e alla stanchezza".
C’è una passione o un hobby che poche persone conoscono di te? "Come passione posso dire la Formula 1. È qualcosa che mi appassiona molto e che mi piace seguire. Ho anche altri piccoli hobby che tengo per me, però penso che la Formula 1 sia qualcosa che, quando posso, cerco sempre di guardare".
Per chi fai il tifo? "Per la Ferrari e, adesso, ovviamente anche per Antonelli".
Hai già vissuto il Bentegodi tante volte da avversario. Che ricordo hai di questo stadio e del calore dei tifosi dell’Hellas? Ora che lo vivrai con la maglia gialloblù, che sensazione ti dà? "Ricordo uno stadio e una piazza belli da vivere e nei quali giocare. Sicuramente c’è pressione, ma penso che sia un aspetto positivo, perché porta sempre a doversi migliorare. Queste sono le piazze nelle quali si desidera giocare fin da bambini, quando si va allo stadio a vedere le partite. La sensazione è questa e sicuramente non vedo l’ora di poterla vivere in campo".
Fai un saluto ai tifosi gialloblù. "Ciao butei, ci vediamo presto allo stadio e non vedo l’ora di vedervi!"
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