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·16 de junho de 2026
Gimenez dal ritiro del Messico: «Sono tifoso del Milan fin da piccolo, avevo la maglia di Kakà e Ronaldinho. Momenti difficili? Nella vita ci sono sempre»

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Tra i dieci giocatori del Milan che partecipano ai Mondiali, nonostante una stagione da zero gol in campionato, c’è anche Santiago Gimenez, attaccante del Messico. Il centravanti rossonero, prima di partire per la rassegna iridata, è stato intervistato nella serie dedicata alla competizione da parte di Cronache di Spogliatoio intitolata “Road to World Cup 2026”. Ecco, di seguito, tutte le sue dichiarazioni.
UN MESSICANO NATO IN ARGENTINA – «Ha detto bene, i miei genitori vivevano in Argentina e sono nato in Argentina: quando avevo due anni mi sono trasferito in Messico. E se i miei familiari stretti vivono in Messico, d’altra parte i miei nonni, i miei zii, i cugini sono tutti argentini. Se c’è una sfida Messico-Argentina? Non so i miei nonni cosa tiferebbero, non glielo ho mai chiesto (ride, ndr). I miei nonni sono soprattutto molto patriottici, sono di Buenos Aires. Il Messico è un paese meraviglioso e con una cultura unica: se ti capita di andarci devi goderti il buon cibo ma anche il tema sociale, dal momento che vieni accolto alla grande: non importa se sei messicano o straniero, sempre ti apriranno le porte. Anche per le vacanze puoi goderti le migliori spiagge del mondo: il Messico ha tutto».
SULLA CULTURA E LE RADICI DEL MESSICO – «Il Messico è un paese con tanta storia. Proviamo sempre di rappresentare questa storia in tutti i momenti: che non vadano dimenticate le nostre radici, di dove siamo e da dove arriviamo. In un paese che è molto calcistico, portare le nostre radici sulla maglia in un Mondiale sarà qualcosa di incredibile».
SULL’ITALIA – «Credo che l’Italia è molto simile al Messico. Credo che Italia, Messico e Argentina abbiano tanti punti in comune. Io ho anche il passaporto italiano: penso che anche questo sia un paese con buon cibo, belle spiagge, ottimo clima, la gente è incredibile. Sono molto felice: mi hanno accolto in maniera fantastica e ci sono davvero molte similitudini. Mio papà ha radici italiane e i miei nonni paterni anche. Da parte di mia mamma ho radici ucraine: sono un mix di tutto. Mia nonna mi ha detto che dovrei andare in un paese specifico di cui non ricordo il nome che è vicino a Milano, a un paio d’ore: spero sia vicino al mare. Mi è capitato di giocare in Italia ma mai l’avevo visitata o ci ero stato in vacanza. È stata un’esperienza nuova e unica che mi ha colpito e mi colpisce vivere a Milano».
SULLA MOGLIE E IL LORO PRIMO INCONTRO – «Mia moglie l’ho conosciuta giocando a un videogioco: quanto abbiamo cominciato a parlarci abbiamo scoperto che vivevamo a poche case di distanza. Quindi ci siamo detti che saremmo dovuti uscire per vederci. Siamo stati molto fortunati. Quindi siamo usciti, ci siamo visti: siamo andati a pattinare perché ci piace molto, abbiamo parlato della vita e così ci siamo conosciuti. Molto romantico. Ora non gioco molto ai videogiochi ma quando era il periodo del covid giocavo quasi tutti i giorni…».
SUL MILAN E LA CITTA’ DI MILANO – «Sempre dico che sono grato alla gente e al club, mi hanno fatto realizzare un sogno: ho sempre detto che fin da piccolo ero tifoso del Milan e questa è la realtà perché ho potuto vedere un’epoca dorata del Milan, cercavo di vedere più partite possibile. E ora che sono qui per me si è compiuto un sogno. Ma anche la città mi ha sorpreso e mi piace. Ci piace molto vivere qui».
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I RICORDI DEL MILAN CHE SEGUIVA DAL MESSICO – «Mi ricordo sempre che quando c’era il Derby Milan-Inter ci organizzavamo, perché dovevamo vederlo. Le due squadre tenevano calciatori incredibili. Credo che questa sfida, a quel tempo quando io ero un bambino, sia stata come il Barcellona-Real Madrid di oggi. Avevo una maglietta di Kakà quando ero piccolo ma ne avevo tante da piccolo. Avevo anche una di Ronaldinho».
IL RUOLO DELLA FEDE NELLA SUA VITA – «A 17 anni mi hanno diagnosticato una trombosi: i dottori mi hanno detto che la mia carriera era a rischio. È lì che mi sono avvicinato molto a Dio, ho trovato le mie risposte in Dio e ho riposto la mia speranza in Lui. Alla fine è successo il miracolo e oggi sento che sono nato di nuovo, sono diventato una nuova persona da quel momento: un’esperienza che mi ha reso più forte. Mi ricordo perfettamente del momento esatto in cui ho avuto questo incontro personale con Dio e in cui ho sentito che stava qui presente. In quel tempo, dopo l’incontro, ho avuto un paio di operazioni chirurgiche in cui sono entrato in sala operatoria ma sapevo che tutto sarebbe andato bene: la certezza di avere Dio con me e che nulla sarebbe accaduto».
SUI TIFOSI DEL MESSICO – «Il Messico è molto molto calcistico. Sono pochi i giocatori che vengono in Europa, comparati con gli altri paesi. Quindi credo che è un sogno di tutti i messicani venire a giocare in Europa. E se sono qui, ho la grande responsabilità di ispirare e motivare tutti i bambini di lottare per i propri sogni e che tutto è possibile. Mi sento in questa posizione e grazie a Dio sento che con il lavoro, le mie azioni, posso ispirare tanti bambini: è una grande responsabilità».
SUI MOMENTI DIFFICILI – «Come sempre nella vita hai momenti buoni e momenti negativi. Ma credo che da quando ho incontrato Dio, ho trovato una stabilità emotiva: nei momenti brutti ho Fede che tutto andrà bene e che mi sto preparando, che la battaglia sarà corta e non durerà per sempre. Ma anche al contrario, quando sono in un buon momento, sento che Dio mi mantiene umile, tranquillo. Ci sono alti e bassi. Ho un aneddoto: una volta al Feyenoord ho litigato con un compagno, cose che capitano e il giorno dopo abbiamo fatto la pace. Ma un sacco di messicani mi hanno scritto su Instagram per difendermi. Ho trenta milioni di messicani alle mie spalle che mi appoggiano».
SUL “BREAKFAST CLUB” CHE C’ERA AL FEYENOORD – «No adesso qui non lo facciamo, per il fatto che qui il tipo di lavoro è diverso sotto tanti punti di vista. Al Feyenoord lo facevamo. Insieme a un preparatore atletico, che mi ha aiutato molto, abbiamo deciso di creare questo club in cui, prima di fare colazione, ci allenavamo un po’ e poi la colazione e poi facevamo l’allenamento normale. Abbiamo iniziato noi due ma gli altri hanno iniziato a vederci e si sono uniti a noi, crescendo sempre di più: dopo due anni sembrava che fosse un allenamento di squadra prima dell’allenamento».
COME NASCE IL SOPRANNOME “BEBOTE” – «Sin da quando ero piccolo, in famiglia, mi chiamavano Bebote. Un grande amico di mio papà, Tito Villa, commentatore per una televisione messicana, quando ho iniziato a giocare in prima divisione, dal momento che era molto vicino alla mia famiglia e sapeva che mi chiamavano così, dopo che feci un gol urlò ‘Gooool del Bebote!’. La gente da quel momento a iniziato a chiamarmi così. Il cerotto sul naso è nato sempre con lo stesso preparatore a Rotterdam. Facevamo lavoro di respirazione e quando me l’ha messa sulla prima volta è stato incredibile: ho iniziato a correre con questo cerotto e mi sentivo benissimo, iniziando a giocare».







































