Silvia Baldussi: “Dagli anni coi Mods ai giovani ultras di oggi, dalle serie inferiori alle notti europee: in mezzo secolo di curva ne ho viste tante e starò accanto al BFC finché vivrò” | OneFootball

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·26 de março de 2026

Silvia Baldussi: “Dagli anni coi Mods ai giovani ultras di oggi, dalle serie inferiori alle notti europee: in mezzo secolo di curva ne ho viste tante e starò accanto al BFC finché vivrò”

Imagem do artigo:Silvia Baldussi: “Dagli anni coi Mods ai giovani ultras di oggi, dalle serie inferiori alle notti europee: in mezzo secolo di curva ne ho viste tante e starò accanto al BFC finché vivrò”

Tempo di Lettura: 5 minuti

Silvia Baldussi ha 66 anni e da mezzo secolo vive il Bologna dalla Curva Andrea Costa. Una vita da ultras, prima dalla balaustra dei Forever e poi nei Mods. Fra trasferte, diffide, coreografie, solidarietà e cambi di proprietà, ci racconta cosa significa vivere il calcio dal lato più corto e più incandescente dello stadio.


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Silvia, partiamo dal 4-3 di Roma: è stata la vittoria più bella della tua carriera da ultras? «La vittoria più bella… me ne vengono in mente tante, ma la mia memoria è una groviera (ride, ndr). Questa di sicuro è stata spettacolare. Sul 3-3 ho pensato: la perdiamo. Però, al di là di com’è finita, io sono dell’idea che dal ‘carro’ non si sale e non si scende. Ho visto la Serie B e la Serie C, presidenti impensabili, allenatori improponibili. L’insulto estemporaneo al giocatore che fa la cavolata ci può stare, ma non ho mai fischiato chi indossa la nostra maglia. Al massimo li aspetti fuori e gli dici quello che pensi».

Tu, donna, dentro un mondo storicamente maschile: è stato difficile? «Non è questione di avere capi ultras donne. Io ho già fatto cantare una curva per trentacinque anni. Ho iniziato dalla balaustra dei Forever, dove siamo ‘nati’ un po’ tutti, e poi dalla mia dei Mods. All’inizio non è stato facile farsi rispettare: la gente non era abituata a seguire una donna. Ma pian piano ci sono riuscita».

Da quanto tempo vai allo stadio? «Ho sessantasei anni e sono tifosa da cinquanta. Ho iniziato nella stagione 1975/76. Mi sono persa due anni per una diffida dopo una partita a Livorno, non chiedetemi l’anno perché non ricordo più nulla ormai, ma ci furono degli scontri e andò così. Non mi ricordo neanche bene cosa scatenò tutto quanto: praticamente prese la diffida l’intero pullman».

Si è parlato molto della coreografia pirotecnica pre Bologna-Brann e delle sanzioni agli ultras: qual è il tuo punto di vista? «Mai avremmo pensato che una coreografia pulita, realizzata senza creare problemi e in totale sicurezza, potesse creare tanto scompiglio. Io l’ho trovata bellissima e non l’avrei mai criticata o messa in discussione. Certo, chi ha pagato con una diffida starà maledicendosi».

Il rapporto con le autorità è sempre stato complicato? «Ricordo quando arrivò la prima richiesta di chiedere il permesso alla Questura per gli striscioni. Era un Bologna-Napoli: il nuovo questore ci convocò e disse che, se volevamo fare la richiesta subito, avrebbe accorciato i tempi. La risposta fu unanime: non abbiamo intenzione di chiedere il permesso per esporre gli striscioni. Ci disse: sapete cosa rischiate? Certo. Ormai si rischia più con uno striscione che a rapinare una banca. Infatti per un po’ ci furono partite senza striscioni. Poi nel tempo la situazione si è un po’ normalizzata».

Vi sentite spesso accusati di essere la causa dei problemi negli stadi. «Noi ci siamo esposti in prima persona e abbiamo fatto trasferte quando non c’era nessuno. Sentirci accusati da altri tifosi o sportivi per i divieti fa male, anche perché a volte abbiamo salvato le chiappe ad altri tifosi quando tutto lo stadio taceva. Se il Bologna paga una multa per un fumogeno nel fossato, io personalmente non mi sento colpevole. Ma è solo il mio punto di vista».

Cosa significa essere ultras nel 2026? «È molto più difficile. Vuol dire sobbarcarsi trasferte, sacrifici. Un gruppo ultras è una famiglia, un gruppo di amici. E non siamo solo stadio: quando c’è stata l’alluvione in Romagna siamo andati a spalare, dopo il terremoto abbiamo raccolto beni di prima necessità. C’è un’identità forte».

E il tema degli scontri, che ancora episodicamente rovinano la reputazione della tifoseria? «Una volta prendevi le botte e finiva lì. Magari finivi anche in galera, ma non avevi la diffida. La diffida ti rovina la vita».

In che senso? «Non solo non puoi andare alla partita: non puoi avvicinarti a dove gioca il Bologna nel raggio di un chilometro. E nei casi più gravi al ventesimo del primo tempo e al ventesimo del secondo di ogni gara, amichevoli comprese, devi andare in Questura a firmare. Non puoi dire “oggi vado al mare”. Ti cambia la vita, In peggio».

Tra ultras esiste solidarietà? «Molto. Ad esempio ci si aiuta per pagare gli avvocati. E ogni volta al ventesimo dei due tempi parte il coro “diffidati sempre presenti”. Fateci caso».

Oggi i gruppi della curva riescono a parlarsi? Un tempo si è vissuta una fase molto litigiosa. «Adesso sì. Si cerca di fare le cose di comune accordo e sta funzionando abbastanza bene. Non dipende dalla squadra, ma da noi».

«Diretto, sincero. Quando Pippo Inzaghi allenava, facemmo capire a Saputo che forse era ora di cambiare. Povero Pippo: non era un allenatore da Serie A e l’ha dimostrato anche in seguito».

Però ci sono stati anche momenti di tensione con la dirigenza, come la protesta con le croci fuori da Casteldebole: “Fuori i romani da Bologna” c’era scritto su uno striscione… «Io adoro Marco Di Vaio alla follia, ho la maglia della sua ultima partita in rossoblù. Non conosco l’a.d. Fenucci e non ho aderenze in società, ma mai potremmo andare contro Marco. E comunque ci sono stati chiarimenti dopo quell’episodio».

Da frequentatrice storica dello stadio, cosa pensi del futuro del Dall’Ara? «Per anni ho sperato che lo coprissero. Amo il Dall’Ara e speravo venisse adeguato. Però a sessantasei anni prendere sempre l’acqua in testa è faticoso. Non vorrei fare come il Sassuolo che gioca a Reggio Emilia, ma comincio a pensare che forse uno stadio nuovo non sarebbe male».

Dove lo vedresti? «Io abito vicino alla Fiera. Direi zona FICO, per comodità».

Il ricordo più brutto vissuto in curva? «La partita persa ad Ascoli nel 1982, che ci costò la prima retrocessione in Serie B. Tornando a casa i pullman furono presi a sassate».

E il più bello? «Potrei dire la Coppa Italia ma mi vengono in mente soprattutto i ritorni in Serie A. Quello dell’epoca di Maifredi poi… E aggiungo: mai mi sarei immaginata di ritrovarmi un giorno ad Anfield, è stata l’emozione più forte mai provata in uno stadio. Dopo essere entrata mi sono detta: “Wow, è tutto vero, il Bologna giocherà qui contro il Liverpool in Champions League, pazzesco!”».

Gli allenatori del cuore? «Carletto Mazzone, amato alla follia. Poi Gigi Maifredi e Gigi Radice».

E i giocatori? «Marco Di Vaio tra i più recenti. Ma ho amato tantissimo anche Carlo Nervo e Daniele Portanova. Fra quelli attuali il mio preferito è Lewis Ferguson, non a caso allo stadio indosso sempre un baschetto scozzese».

Che giudizio dai dei vecchi presidenti del Bologna? «Guaraldi? Col senno di poi posso pensare solo al peggio. Avevo fiducia nei Menarini, anche per l’idea di una presidente donna nell’anno del centenario, ma si sono rivelati pessimi. Porcedda, paradossalmente, portò giocatori ottimi… anche se non li aveva pagati».

Verso Gazzoni ci fu una contestazione durissima. «Vero, poi però gli abbiamo chiesto scusa, riconoscendo il nostro errore. A volte anche gli ultras non sono lungimiranti, nessuno è perfetto».

Come vedi il futuro della Curva Andrea Costa? «Diverso, ma finché ci saranno persone disposte a fare trasferte sotto l’acqua e la neve la curva vivrà. Ci sono nuove generazioni, tanti ragazzini bravi».

Esiste ancora una leadership al suo interno? «La curva è democratica fino ad un certo punto: l’esperienza conta. Il gruppo Mods si è sciolto, ma noi ‘reduci’ ci siamo ancora. All’apice eravamo un centinaio, poi trenta-cinquanta persone, mentre adesso il nocciolo duro è di una ventina».

Oggi cosa fai nella vita? «Lavoravo, ora sono in pensione. E mi occupo di animali con la LAV: seguo le adozioni e faccio parte del team che segnala i maltrattamenti. E lo stadio, ovvio. Finché vivrò starò accanto al BFC».

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