Il mito del “blocco” in Nazionale: dall’epopea della Juve di Conte al flop dell’Inter con Gattuso. Analisi e scenari futuri | OneFootball

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·8 de junio de 2026

Il mito del “blocco” in Nazionale: dall’epopea della Juve di Conte al flop dell’Inter con Gattuso. Analisi e scenari futuri

Imagen del artículo:Il mito del “blocco” in Nazionale: dall’epopea della Juve di Conte al flop dell’Inter con Gattuso. Analisi e scenari futuri

Nazionale, il mito del “blocco”: dall’epopea Juve di Conte al flop Inter di Gattuso. L’analisi del momento azzurro e i possibili scenari futuri

Il mito del “blocco” in Nazionale: dall’epopea Juve di Conte al flop nerazzurro di Gattuso. E adesso?

Abbiamo vissuto i giorni di Baldini come una promessa di futuro. Possibile, utopistico o, peggio, velleitario (quanti dei giocatori visti con Lussemburgo e Grecia faranno carriera?). Si torni perciò alla durezza della questione (perché siamo precipitati così in basso). E abbozziamo qualche ragionamento.


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Quando si parla di Nazionale, è gioco forza – quasi un obbligo, prima ancora che un luogo comune – fare riferimento all’epoca dorata dei blocchi, quando un club marcava la sua presenza colorandosi d’azzurro e regalando risorse tecniche, cultura di squadra, continuità di prestazioni e senso del gruppo, quella sorta di egemonia culturale che portava tutti a esprimersi al meglio. Da un po’ di tempo a questa parte la constatazione dell’impossibilità di questa politica si accompagna alla semplice verità statistica: modi per costruire un undici titolare che somigli a quello di una squadra sono praticamente impossibili, le big sono piene di stranieri (e non solo loro, per la verità), non si può che raccogliere il meglio da diversi fiori e provare un’impollinazione di eccellenze, con la speranza che funzioni.

Ma è davvero così? In questa nostra lunghissima agonia – che ci porta a soffrire davanti al video nel constatare che sta partendo il Mondiale più ipertrofico di tutti i tempi e noi non ne facciamo parte – non abbiamo più avuto uno straccio di club egemone, con una presenza radicata capace di bissare i successi di club in Nazionale?

Affidiamoci al fact checking. Alla nuda presentazione delle formazioni messe in campo dal fallimento Mondiale in Brasile nel 2014, che a pensarci oggi esclusi da Costa Rica e Uruguay in una fase finale ci viene pure la nostalgia, non avevamo capito che erano comunque bei tempi. Definiamo blocco, persino in maniera vagamente esagerata: ogni qualvolta ci siamo presentati in campo con 5 giocatori dello stesso club. E andiamo a verificare se è successo, quando e cosa abbia prodotto. A partire da uno come Antonio Conte, che nel suo biennio non può non ripartire dalla “sua” Juventus, appena lasciata dopo 3 scudetti consecutivi. Normale appoggiarsi a un gruppo di uomini forgiati anche dalla sua mentalità.

Ed è così che il 10 ottobre 2014, in una gara valevole per le qualificazioni agli Europei, a Palermo la sua Italia presenta 5 juventini nello schieramento di partenza: Buffon, Bonucci e Chiellini a riprodurre la granitica difesa dei suoi tricolori; ovviamente Andrea Pirlo, pietra angolare ovunque ci sia da edificare qualcosa di valido tecnicamente; Marchisio a fungere da mezzala nel suo 3-5-2. Gara strana, per la verità, quella con l’Azerbaigian: fa tutto Chiellini, 2 gol e un’autorete. Come a dire: il blocco serve anche per vincere quando magari si è un po’ pigri, cosa che non ci si aspetterebbe con quel mister diventato Ct. La riprova si ha in un’amichevole un anno dopo, un tutt’altro che irresistibile 2-2 con la Romania. Gli juventini sono 5, Pirlo ha chiuso l’epopea italiana con la finale di Berlino, la BBC è completa con l’aggiunta di un’altra consonante portata da Barzagli.

Ma tutto questo seminare produce gli effetti all’Europeo. Alla semifinale decisiva, dove perdiamo solo ai rigori contro la Germania perché li tiriamo davvero male, oltre ai 4 cavalieri della difesa c’è titolare persino un gregario a strisce bianconere come Sturaro. Il blocco, insomma, ha funzionato, restituendo una dimensione di forza alla Nazionale.

Ora, qualcosa vorrà pur dire che l’unica e ultima volta che si sono rivisti 5 componenti dello stesso club (l’Inter) sia stato per opera di Gattuso, nell’umiliante 1-4 patito dalla Norvegia 10 mesi fa a San Siro. Bastoni, Barella, Dimarco, Frattesi e Pio Esposito – chi più, chi meno – erano ancora sotto shock, vuoi del 5-0 patito dal Psg o dalla bambola che con Spalletti si era presa nella gara d’andata, quando contava davvero. Insomma, se il blocco è quello nerazzurro, non è per spirito di parte che occorre ammettere che sia più nero che azzurro. E difatti il Mondiale lo abbiamo perso in Bosnia, non chissà dove.

Curiosamente, l’unico Ct vincente è stato Roberto Mancini, che al suo secondo test – una dolorosa amichevole con la Francia, persa 3-1, presentò undici uomini di undici club diversi: Torino, Inter, Atalanta, Milan, Juventus, Roma, Napoli, Crotone, Sassuolo, Fiorentina e Nizza. Anche solo per ragioni scaramantiche, quasi quasi bisognerebbe provare a provare di nuovo così per trovare una strada che porti a Wembley o dovunque si possa essere orgogliosi di essere italiani, calcisticamente parlando.

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