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·2 ottobre 2026
Cairo: "Abate ha il mio supporto". Ma le condizioni difficili le ha create la società

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Il presidente dice di essere al fianco dell'allenatore, ma il messaggio suona paradossale: Abate è stato scelto da Cairo e Petrachi e ha iniziato il lavoro con una rosa completata soltanto negli ultimi giorni di mercato. E ora torna anche l'ombra di D'Aversa
«Abate ha voglia di dimostrare e di fare di più. Io, insieme al ds Petrachi e a tutti noi, lo supporto».
Parole che, prese singolarmente, sono difficili da contestare. Un presidente ha tutto il diritto di sostenere pubblicamente il proprio tecnico.
Il problema è il contesto nel quale arrivano.
Perché se Abate oggi deve dimostrare qualcosa, è altrettanto vero che le condizioni nelle quali è stato chiamato a lavorare non sono state create dall'allenatore.

ABATE È UNA SCELTA DI CAIRO E PETRACHI
Ignazio Abate non è arrivato a Torino per caso.
È stato scelto da Cairo e Petrachi come tecnico del nuovo progetto. Il club lo ha annunciato a giugno con un contratto fino al 30 giugno 2028, dopo aver deciso di interrompere il rapporto con Roberto D'Aversa.
Quella era una scelta precisa della società.
Il problema è arrivato successivamente.
Il Torino ha affrontato il ritiro e le prime partite ufficiali senza avere a disposizione diversi elementi che sarebbero poi diventati centrali nel progetto.
Il mercato ha portato Perri, Belghali, Mandragora, Bragança, Rodríguez e altri giocatori soprattutto nella fase finale della sessione.
Non è una valutazione soggettiva: lo stesso Cairo, ieri, ha indicato tra le attenuanti dell'avvio di stagione proprio «qualche giocatore arrivato all'ultimo e quindi in condizione ancora non buona».
Ed è qui che il messaggio del presidente rischia di suonare fuori luogo.
Perché non basta dire oggi «io lo supporto» se fino a poche settimane fa il progetto è stato costruito in condizioni che hanno inevitabilmente complicato il lavoro dell'allenatore.
Abate ha dovuto modificare più volte formazione e sistema di gioco. Ha dovuto integrare giocatori arrivati a preparazione già iniziata e, contemporaneamente, cercare un'identità per una squadra profondamente rinnovata.
Non significa che l'allenatore non abbia responsabilità.
Significa però che le responsabilità vanno distribuite.
E se il Torino dovesse continuare a cambiare formazione alla ricerca della quadra, sarebbe difficile attribuire tutto esclusivamente a chi siede in panchina.

E SE CON L'UDINESE NON ARRIVASSE LA SVOLTA?
Qui si arriva al punto più delicato.
La partita contro l'Udinese rappresenta il ritorno in campo dopo tre settimane di sosta e, soprattutto, l'occasione per capire se il lavoro di Abate avrà prodotto una squadra più riconoscibile (pur dovendo lavorare senza 14 giocatori chiamati dalle rispettive nazionali).
Se il Torino dovesse fallire anche questo appuntamento, inevitabilmente tornerebbero le discussioni sulla panchina.
E il nome di Roberto D'Aversa non è una fantasia inventata oggi: già a settembre era stato indicato come possibile alternativa ad Abate.
Al momento non esiste un'indicazione ufficiale che il Torino abbia deciso di richiamarlo.
Ma il precedente esiste e il suo nome è già circolato.

PRIMA DI GIUDICARE ABATE, GIUDICHIAMO IL PROGETTO
La questione, allora, è più ampia di una singola partita.
Se Cairo crede davvero in Abate, il modo più concreto per dimostrarlo non è soltanto dichiararlo davanti ai microfoni.
È metterlo nelle condizioni di lavorare.
E questo significa anche accettare che una squadra costruita tardi, con un allenatore nuovo e numerosi giocatori nuovi, possa aver bisogno di tempo.
Il presidente dice di aspettarsi di più. È legittimo.
Ma allora bisogna ricordare anche chi ha scelto questo progetto, chi ha cambiato allenatore e chi ha costruito la rosa con il mercato ancora aperto fino agli ultimi giorni.
Il sostegno ad Abate, insomma, sarà credibile soprattutto se arriverà anche quando i risultati non saranno immediati.
Perché altrimenti il rischio è quello di chiedere all'allenatore di rispondere di problemi che, almeno in parte, nascono molto più in alto della panchina.







































