Calcionews24
·3 ottobre 2026
Pato e il legame eterno con il Milan: «Se mi chiamasse per sei mesi tornerei a giocare. Ancelotti mi ha aiutato tanto, sugli infortuni…»

In partnership with
Yahoo sportsCalcionews24
·3 ottobre 2026

Dal Milan all’amore mai spento per i colori rossoneri. Alexandre Pato, protagonista in Italia dal 2007 al 2013, ha ripercorso gli anni più importanti della sua carriera al Festival dello Sport di Trento, evento organizzato da La Gazzetta dello Sport. L’ex attaccante brasiliano, oggi 37enne, ha parlato del suo arrivo in rossonero, dei compagni che lo hanno aiutato, del rapporto con Carlo Ancelotti, ma anche delle difficoltà vissute durante l’infanzia e degli infortuni che hanno condizionato il suo percorso.
LA SCELTA DEL MILAN – «Avevo diverse proposte, ma io volevo andare al Milan. Aveva vinto la Champions, c’erano tanti brasiliani, c’era Ronaldo. Era la squadra che usavo alla PlayStation, sceglievo il Milan e vinceo tutti i campionati. È stato davvero bello giocarci in quel periodo».
L’AIUTO DEI BRASILIANI – «Quando sono arrivato avevo 18 anni, ero solo un ragazzo. I brasiliani mi hanno aiutato molto. Ero spesso con la famiglia di Cafu, c’erano anche Kakà e Ronaldo».
IL RAPPORTO CON ANCELOTTI – «Mi è sempre stato molto vicino, siamo ancora in contatto, mi ha aiutato tanto. Uno dei gesti più belli avuti nella mia vita è stato quando mi ha preso per mano e portato davanti ai giocatori per presentarmi. I giocatori erano seduti e si alzarono per stringermi la mano. Questo dimostra il rispetto che avevano per Ancelotti. Sarà sempre nel mio cuore. In estate ero al Mondiale, spero che in questi 4 anni possa fare bene col Brasile».
Pato ha poi parlato del Milan di oggi, spiegando di seguire ancora con attenzione le vicende rossonere e di credere nel lavoro della società.
IL MILAN DI OGGI – «Lo seguo sempre, sono ottimista sul fatto che possa tornare in alto. Ho parlato con Cardinale e lo vedo convinto e coinvolto. Non è facile perché nella testa dei tifosi c’è l’idea che si debba vincere subito. Non è semplice, ma sono sicuro che Cardinale troverà il modo di far tornare a vincere il Milan».
IL POSSIBILE RITORNO IN CAMPO – «Se il Milan mi chiamasse per sei mesi tornerei a giocare».
L’ex attaccante brasiliano ha ricordato anche alcuni dei grandi campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio rossonero, da Cafu a Maldini, passando per Beckham e Gattuso.
I CAMPIONI DELLO SPOGLIATOIO – «C’erano tanti campioni. Cafu rimaneva sempre in palestra, da lui ho visto come si cura il fisico. Maldini è stato un esempio. Anche Beckham è stato un altro grande esempio, anche per il post carriera. Ho sempre desiderato diventare come lui, una volta finita la carriera. Una volta eravamo in spogliatoio, avevamo finito la doccia e quando se n’è andato sono andato al suo armadietto. Ho guardato che profumo avesse e il giorno dopo sono andato a prendere lo stesso. Una volta toccai per scherzo i capelli a Gattuso. Poco dopo ero seduto, mi prese e mi alzò per i capelli: ‘Devi portare rispetto’».
Spazio poi al racconto dell’infanzia, segnata da una prova durissima superata grazie alla famiglia e all’aiuto di un medico.
L’INFANZIA E IL TUMORE OSSEO – «Da bambino ho avuto un tumore osseo. La mia famiglia non aveva i soldi per pagare l’operazione e se non mi fossi operato entro un mese avrei rischiato di perdere il braccio. Mio padre mostro a un dottore, Roberto Mussi, i miei video mentre giocavo, spiegandogli la situazione. E lui mi operò gratis».
LA PROMESSA AI GENITORI – «In quel periodo passai con i miei genitori davanti a un palazzo e gli dissi: quando diventerò un giocatore vi comprerò un appartamento. Dopo il Primo contratto a 16 anni l’ho fatto».
I SACRIFICI DELLA FAMIGLIA – «I miei genitori hanno fatto tanto sacrifici per me, lasciandomi inseguire il sogno del calcio. Me ne rendo conto ora: sono 5 giorni lontano da casa e mio figlio mi manca tanto. Il mio è stato un viaggio lungo, non facile Ringrazio i miei genitori perché mi hanno dato forza per diventare chi sono Farò tutto il possibile per loro perché loro hanno dato tutto per me».
LA FORZA NELLE DIFFICOLTÀ – «Quando ho lasciato a casa da piccolo è stata dura. Ero in spogliatoio con giocatori più grandi, per loro dovevo lavare scarpe, mutande, andare a prendere il cibo. Ho pianto. Ho dovuto essere forte nella vita. L’aver girato tanti paesi mi ha reso forte».
Tra i momenti più complessi della carriera di Pato ci sono stati gli infortuni, che ne hanno frenato la continuità proprio negli anni migliori.
IL PESO DEGLI INFORTUNI – «Gli infortuni hanno comportato periodi difficili. Da fuori dicevano che non avrei più giocato. Ho iniziato a dubitare del mio fisico. È stato importante parlare e confrontarsi con altre persone, dire come stavo, tirare fuori quello che avevo dentro».
Oggi, nella vita dell’ex attaccante rossonero, c’è anche una nuova grande passione: il tennis.
LA PASSIONE PER IL TENNIS – «L’altro giorno ero con Sinner e parlavamo di come giocassi io e come muovessi le mani e mi ha detto; ‘tu non giochi a niente”’».
IL SOGNO NEL TENNIS – «Vorrei diventare un professionista di tennis e giocare i campionati in giro per il mondo».
L’ANEDDOTO SU FEDERER – «Mi regalarono una sua racchetta autografata da Federer. Un giorno avevo una partita, ho preso quella racchetta, dimenticandomi dell’autografo, e a fine partita l’autografo non c’era più. Spero di poterlo rivedere per un nuovo autografo».







































