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·4 ottobre 2026
🎙️ D'Uffizi: "Mi sento un ascolano, questa per me è casa. Non ci aspettavamo un inizio simile"

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L'attaccante dell'Ascoli, Simone D'Uffizi, è stato intervistato dai microfoni di Gianlucadimarzio.com, dove ha toccato vari argomenti. Di seguito le sue parole.
Oggi, dopo quattro stagioni in bianconero, lo dice senza esitazioni: “Mi sento un ascolano”.
L’impatto con la realtà marchigiana avviene in Serie B, raccogliendo 23 presenze e un totale di 643' giocati. Poi la dolorosa retrocessione in C e il pronto ritorno in cadetteria da protagonista assoluto: “Rispetto a qualche anno fa mi sento maturato, soprattutto grazie alla fiducia dell'allenatore (Francesco Tomei, ndr) e del direttore (Matteo Patti, ndr). Pisa? Gli interessamenti delle altre squadre fanno più che piacere. Ma Ascoli per me vuol dire casa. Conosco tutti qui e cerco di ripagare i tifosi con le prestazioni in campo. E poi tutto il resto lo dice la scritta qui dietro”, dice voltandosi e volgendo lo sguardo allo striscione con l’iconico motto “Prima di tutto c’è l’Ascoli, poi c’è l’Ascoli”.
Sull'avvio di campionato: “Non ci aspettavamo un inizio simile. Tomei l’anno scorso ci diceva sempre ‘ragazzi, vincere aiuta a vincere’. Una strategia che adotteremo anche quest’anno”. La sosta in corso rappresenta un’opportunità preziosa: “Ci sta dando una mano. Permette anche ai nuovi di ambientarsi, a differenza mia o di altri ragazzi che già conosciamo certe dinamiche”.
Sulla retrocessione del maggio 2024: “Fu una stagione particolare”. Da quel giorno sono rimasti in due: lui e Tommaso Milanese. “Siamo rimasti qui perché era giusto ridare alla piazza ciò che meritava. Tomei ci dice sempre: ‘L’anno scorso ci siamo confermati come giocatori di Serie C, quest’anno dovremo essere calciatori da Serie B’. Ed è vero, ha ragione”. Con “Tommy” il legame va ben oltre le 51 partite giocate insieme: “Per me è un fratello maggiore, lo conosco da tanto tempo. È una persona speciale, dentro e fuori dal campo”.
Lo scorso 28 febbraio, nella sfida contro il Carpi vinta 3-0 e impreziosita da un suo gol al 68’, ha indossato anche la fascia da capitano: “Mancava Curado, quindi ho chiesto all’allenatore di indossarla. È stato un motivo d’orgoglio per me”.
All’età di 9 anni finisce nei radar della Roma: “Veniva sempre un osservatore giallorosso a vedere le mie partite e diceva a mio papà ‘portalo da noi!’. Ma mio padre diceva di no perché ero ancora troppo piccolo”. A 11 anni, però, si presenta Bruno Conti in persona e la strada verso la Roma si spalanca. L’anno successivo passa alla Lazio con Leonardo Fratangeli, che gli dà anche la fascia da capitano: “Sono ricordi bellissimi. Dico che sono state 'due bastonate'. Entrambi i club decisero di farmi andare via perché ero troppo esile”.
Quindi il ritorno a casa: “Tornai alla Breda e onestamente pensai anche di smettere. A quel punto pensavo solo a giocare per divertirmi, nulla più”. La svolta con la Viterbese e l'ingresso tra i professionisti. Club dove sceglie la maglia numero 15, portandosela dietro fino a oggi: “L’ho scelta perché è il giorno in cui sono nato”, il 15 settembre 2004.
L'importanza della famiglia. “Da quando sono piccolo, mamma gestisce dei centri estivi e ogni estate ci andavo per giocare a calcio, dalla mattina alla sera. Tutto il giorno lo passavo lì. I tatuaggi dedicati alla mia famiglia sono tutti sulla gamba sinistra. Un tatuaggio per il calcio? Ci ho pensato. Quest’estate mi sono tinto i capelli di biondo per la promozione, ma qualcosa inerente al calcio potrei tatuarmela in futuro”.







































